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lunedì 12 marzo 2018

CI AVEVAMO CREDUTO

Dite la verità, lunedì 5 marzo leggendo i giornali o ascoltando le televisioni, avete pensato che qualcosa era cambiato. Finalmente!!!
I risultati usciti dalle urne erano dirompenti, chiari e precisi. Gli italiani con il voto avevano espresso chiaramente la loro disapprovazione per le politiche attuate dai governi dell'ultima legislatura e manifestato la volontà di cambiamento. Gli Italiani erano andati in tanti alle urne, pensando che finalmente avrebbero potuto esprimere la propria insofferenza sui governi "imposti" e sulle politiche attuate da questi.
Infatti hanno votato decisamente per quei soggetti che l'establishment definisce "populisti". Più di un italiano su due. Un risultato netto, chiaro, inequivocabile
Tutti noi ci siamo illusi,  per il breve tempo di pochi giorni, che qualcosa sarebbe cambiato.
Niente di tutto ciò! Nel breve arco di tempo di una settimana abbiamo capito che invece nulla è cambiato. Una legge elettorale vergognosa, volutamente concepita e firmata dal capo dello stato, di fatto ci consegna un nulla di fatto. L'ennesima legge elettorale che "ignora" la volontà popolare.
L'otto marzo u.s. in un discorso al Quirinale, il Presidente della Repubblica ha fatto appello alla responsabilità dei partiti, ma dov'era la sua nel momento in cui avvallava con la firma la promulgazione di questa schifezza! Ricordo che da Presidente della Consulta bocciò il "porcellum" per incostituzionalità, per poi da Presidente della Repubblica firmare per il "rosatellum".
Ma quelli più attenti alle dinamiche politiche, lo avevano capito fin da novembre scorso che questa nuova legge elettorale era stata ideata per per non dare nessun vincitore. Nel momento più basso del gradimento verso il leader della sinistra Renzi e del suo cerchio magico, sono corsi ai ripari con questa indegna legge elettorale. Con il contributo di Forza Italia di un "bollito" Berlusconi e della Lega di un poco avveduto Salvini, che forse mai avrebbe pensato all'ottimo risultato  ottenuto alle elezioni (almeno nei numeri).
Ed eccoci qui, punto e a capo, invischiati in un perfido meccanismo per il quale, nulla cambia e nulla muta.
Siamo sotto scacco dell'Unione Europea, delle volontà della Commissione più precisamente. Non sono infatti mancati i richiami alla responsabilità da parte dei vari commissari europei, che ci hanno ricordato per l'ennesima volta il nostro mostruoso debito pubblico, l'insostenibilità dei nostri conti pubblici e la necessità di nuovi interventi correttivi (tasse per i cittadini).
Con queste premesse, lo sbocco alla situazione venutasi a creare con il voto (io direi per colpa di una legge infame piuttosto) sarà inevitabilmente verso un governo di "responsbilità", o come meglio lo vorranno chiamare (del Presidente, di transizione, di scopo ecc.) Un governo di grandi intese, che avrà il compito di varare quelle misure economiche che la Commissione Europea ci chiederà da qui in avanti. 
I partiti cosa dicono? Tutti da destra a sinistra a gridare "non inciuci", dimenticandosi che gli ultimi governi si sono basati esclusivamente sugli inciuci; il PD con il sostegno di Alfano e Verdini (i due camerieri di Berlusconi). I vincitori delle elezioni (M5S e Lega) si facciano carico delle aspettative degli italiani, diano delle risposte sui temi reali, sulle necessità oggettive, fuori dalle logore logiche della politica e dei partiti. Abbiate coraggio! Ma dalle prime schermaglie ci avviamo a una fase di stallo, ognuno ancorato sulle proprie posizioni.
Cosa dire in conclusione di questa breve riflessione personale? Peccato!!! Ci avevamo creduto, avevamo sperato che si potesse cambiare rotta. Avevamo pensato che la volontà popolare fosse la base della democrazia, e che il rispetto della quale fosse il pilastro del nostro Paese.
Probabilmente ci aspetta la sostanziale fotocopia dell'ultima legislatura, cioè cinque anni da passare inutilmente a cercare di fare le riforme strutturali che il paese necessita, di fare politiche serie per il lavoro e a subire ulteriori nuove tassazioni.
Il Paese può ripartire solo sulla base di politiche serie sul lavoro, mettendo al centro l'impresa, luogo fisico per eccellenza dove creare ricchezza diffusa. Non c'è lavoro senza impresa.
Peccato, ci avevamo creduto...si ci siamo illusi nuovamente?

Aladino Lorin

martedì 9 gennaio 2018

Le nostre radici politiche poggiano su due pilastri irrinunciabili: la famiglia e l'imprenditoria diffusa.



Fra poco meno di due mesi andremo al voto per il rinnovo del parlamento italiano.
Dal voto del 4 marzo nascerà la classe politica che dovrà prendersi in carico di portare fuori, finalmente, il paese dal paltano della crisi economica del 2007.
Un compito non da poco, una responsabilità grande, un passaggio forse storico per il nostro paese.
Dopo anni bui, pervasi da difficoltà economiche, che ha visto il nostro paese arrancare tra crisi del sistema bancario, crisi del settore produttivo, crisi delle famiglie, crisi del sistema politico, ecc., è arrivato il momento di una ripartenza. Una ripartenza che ha lo scopo di porre le basi di un paese "nuovo", in grado di ritrovare stimoli e capacità che in questi anni sembrano essersi assopiti e smarriti. Un paese che nei secoli è stato in grado di esprimere eccellenze nei più svariati settori del "genio umano" e quindi dovrebbe avere nel suo dna le capacità di farlo ancora.
Un esempio per tutti, la ricostruzione del paese uscito devastato dalla seconda guerra mondiale. Lacerato e diviso profondamente nella popolazione da una guerra che è stata anche civile e sommerso di macerie ovunque conseguenza del conflitto mondiale.
Fu una crescita voluta caparbiamente dalle genti di allora, vogliose di riscatto da tanta povertà e miseria, corrisposta da una classe politica e dirigenziale capace di cogliere con responsabilità la drammaticità del momento, superando divisioni ideologiche e storiche a favore di un bene superiore; Il bene del Paese!
Fulgida e dirompente fu la ripartenza, che si basò su due pilastri irrinunciabili; la famiglia e l'imprenditoria diffusa. Su questi pilastri si costruirono le fortune economiche e di progresso del nostro Paese, portandoci verso la fine del secolo scorso ad essere tra le più grandi economie occidentali e mondiali. Il famoso Made in Italy, un brand invidiato e ammirato in tutto il mondo, costruito da persone eccezionali "forgiate" sulla base proprio di questi due pilastri. FAMIGLIA E IMPRESA! Dalle imprese familiari, dalle piccole botteghe a conduzione familiare, dai laboratori artigiani nacquero i più famosi brand italiani. Non solo un modello di crescita economica, ma il radicamento di valori come la famiglia, la sussidiarietà, il volontariato che hanno disegnato una nuova società più equa e più ricca.
Da circa un ventennio questi due pilastri si sono indeboliti e con loro la crescita del Paese. La perdita costante nel tempo dei nostri valori ha portato un indebolimento economico e a una crisi etico/morale diffusa.
Sarà un caso?
Resta il fatto che alla perdita delle nostre radici è corrisposto il declino del Paese. 
Trascinati da soggetti e fattori esterni, abbiamo soppiantato le nostre radici per abbracciare nuovi modelli di sviluppo dissonanti dai nostri valori, con gravi effetti di disagio sociale. Sul perché sia accaduto, qui si apre un capitolo che richiederebbe una analisi lunga e approfondita, fatta magari da persone più preparate nel merito del sottoscritto.
Torniamo alla partenza, però, cioè che fra poco meno di due mesi si andrà votare.
Una opportunità che dovrà essere colta con responsabilità e lungimiranza.
Ho ascoltato le proposte elettorali dei partiti in questi primi giorni di campagna elettorale; oddio!!!
Promesse elettorali tese a garantire di tutto e di più a tutti. Promesse vuote di contenuti concreti, senza capo ne coda, fuori dalla più normale logica economica.
Nessuna forza politica sembra aver colto la straordinarietà di questo momento, cioè l'opportunità di porre in essere un nuovo progetto economico/sociale lungimirante e ambizioso.
Tutte le forze politiche sono arroccate allo status quo del concetto assistenzialista del più Stato, ovvero dove la fiscalità pubblica interviene elargendo elemosine dove sono conclamate povertà e disagio. Ma in questo modo non si stimola la crescita, ne si incentivano i singoli a migliorare le proprie condizioni sociali, non si estinguono le sacche di disagio. Questo modello, dove è stato applicato, ha generato povertà, miseria e desertificazione di attività imprenditoriali, impoverendo tutti.  Questo modello porta a voler abituare le persone a vivere di elemosina di Stato ed ha due effetti dannosi; primo il progressivo intervento pubblico con il conseguente appesantimento del debito pubblico, già insostenibile. Secondo di fossilizzare le situazioni di disagio sociale e a suffragare questo ci sono più di centocinquant'anni di politiche assistenzialiste nel sud del Paese a dimostrarlo, dove a fronte di un dispendio enorme di risorse pubbliche non è corrisposto un miglioramento economico/sociale del meridione, anzi!
Possibile ci sia tutta questa miopia, oppure è tutto calcolato per l'interesse di una piccola fetta di popolazione beneficiaria dei privilegi di stato? Io propendo per la seconda ipotesi.
Infatti ad oggi la grande fermento è sulla composizione delle liste con la spartizione delle circoscrizioni più appetibili. Un vero calcio mercato della poltrona!!!
Spero che nel desolante panorama politico si affacci un nuovo soggetto politico in grado di superare queste logiche, avendo ben chiaro in testa un progetto lungimirante, talmente rivoluzionario da regalare un sogno per una società migliore a tutti noi. Una società basata sulle persone, una società che riscopra e fortifichi le nostre radici fatte di valori portanti, pilastri irrinunciabili; la famiglia e l'imprenditoria diffusa!!!

Aladino Lorin




martedì 6 settembre 2016

il rimedio è la povertà

Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario. Una meraviglia di stile e di pensiero di Goffredo Parise.

Questo è un articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul “Corriere della sera” dal 1974 al 1975. Si trova nell'antologia "Dobbiamo disobbedire", a cura di Silvio Perrella, edita da Adelphi. Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario. Una meraviglia di stile e di pensiero di questo autore sicuramente libero e lontano da ogni appartenenza politica e salottiera. Rappresenta per noi oggi - media compresi che non ospitano più pezzi così controcorrente - uno schiaffo contro la nostra inerzia.

«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.



Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.



Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.

Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.



I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.



La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.



Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».




martedì 10 maggio 2016

Sviluppo del Paese

C’è oggi nel nostro Paese, in dimensioni decisamente maggiori rispetto agli altri paesi, una vera e propria emergenza educativa, sociale, culturale e occupazionale che riguarda i giovani e il loro futuro.
Lavoro, sapere e diritti devono tornare al centro delle scelte strategiche per restituire fiducia e futuro al Paese.
Fino ad oggi il nostro Paese non ha superato il gap negli investimenti in conoscenza che lo divide  dai paesi più sviluppati e non ha  realizzato riforme utili a innalzare i livelli di  conoscenza.
Si è così prodotto un epocale disinvestimento, economico e politico, nei sistemi di istruzione, formazione e ricerca che  accresce la divisione dei cittadini sulla base delle disponibilità economiche, dell’appartenenza sociale, culturale, etnica e territoriale.
In questo quadro i sistemi pubblici rischiano di assumere una funzione marginale: istruzione e formazione pubblica per coloro che non  possono permettersi percorsi di qualità a pagamento e ricercatori costretti a trovare occupazione all'estero.
Tutto ciò sta allontanando l’Italia da quei paesi che, con lungimiranza, considerano, invece, la conoscenza l’elemento su cui puntare per uscire dalla crisi.
E’ necessario arrestare questa china, aumentando gli investimenti in istruzione, formazione e ricerca, adeguandoli velocemente agli standard europei.  Il sapere è, infatti, volano decisivo per affermare un nuovo modello di sviluppo.
Siamo sottoposti a una sollecitazione conoscitiva inedita: la straordinaria crescita delle conoscenze e la velocità del loro continuo cambiamento implicano una profonda rivisitazione dei sistemi della conoscenza e una profonda riconversione dei sistemi produttivi.
Oggi, infatti, le prospettive di sviluppo si giocano sull’attivazione di un circolo virtuoso tra potenziamento della ricerca, innalzamento dei livelli di istruzione e formazione della popolazione, riposizionamento dei sistemi produttivi in direzione dell’innovazione, della qualità e della sostenibilità.  Istruzione, formazione e ricerca assumono un ruolo decisivo all’interno di un moderno concetto di cittadinanza e di programmazione economica e, in questa prospettiva, il lavoro riacquista senso, dignità e valore.
La conoscenza, in quanto bene comune, deve costituire la base del progetto di rinnovamento sociale e di ricostruzione democratica ed etica del nostro Paese.
Democrazia, partecipazione, rispetto della persona, delle differenze e comprensione dell’altro sono valori che vanno riaffermati e  trasmessi alle future generazioni, per costruire “un mondo migliore di quello che abbiamo trovato”.
Per questo occorre  ridefinire  finalità, ruolo e funzioni dei sistemi pubblici, attualizzandone la funzione sociale nell’ottica della costruzione di un nuovo modello di sviluppo fondato sulla solidarietà e giustizia e sulla sostenibilità ambientale.
Il ruolo delle istituzioni oggi deve giocarsi sul terreno della cittadinanza, sulla capacità cioè di formare persone in grado di governare la propria vita, educando ai valori condivisi,  alla legalità ed alla consapevolezza dei propri diritti.  E’ dunque compito prioritario dei processi educativi,  formare mentalità critiche capaci di risolvere problemi abituando  al dubbio, all'imprevisto, alla curiosità;  tutte cose indispensabili per vivere, lavorare, continuare a studiare.
Ne deriva che è necessario:
1.      sapere di più e meglio in ogni fase della vita;
2.     ripensare al sapere che serve;
3.     riorganizzare profondamente i percorsi di istruzione, formazione e ricerca ed i sistemi di valutazione ad essi collegati.
Il superamento di ogni forma di precarietà è presupposto per la reale garanzia della libertà con retribuzioni adeguate e la certezza dei diritti del lavoro.
La conoscenza è strumento fondamentale per la crescita personale,  il superamento delle disuguaglianze e  la qualificazione del modello di sviluppo del paese.
Ridare futuro, speranza e fiducia al paese  è la priorità.






martedì 8 marzo 2016

Capitalismo e Socialismo, due facce della stessa medaglia.

Il Capitalismo Sociale

 Carpe diem, cogli l'attimo. Si cogli l'attimo va sempre bene, ma qui il fatto é che non pensare al domani (avere degli obbiettivi futuri) accontentandosi del presente, riduce drasticamente l'agire in previsione dell'avvenire. Ecco che manca la spinta per costruire, per crescere. Il problema è che oggi l'uomo subisce una involuzione nella concezione del domani, subordinando il presente all'avvenire. È l'obiettivo futuro che da all'uomo la spinta per crescere. In assenza, godendo del solo presente, ci si accontenta e si subisce passivamente quello che la vita passa. Due visioni diverse, una pro attiva l'altra passiva. 

Stiamo diventando soggetti passivi nelle dinamiche delle cose. La società cresce e progredisce qualora i suoi membri siano soggetti attivi nelle dinamiche della crescita. Soggetti protagonisti, non pecore indirizzate da pastori e cani.

La tendenza odierna è uniformare i pensieri, le mode, gli atteggiamenti, questo al solo scopo di creare masse dei consumatori (io li chiamo utilizzatori) standardizzati, per cui sia facile indirizzare i consumi e i pensieri. In Economia come in Politica.
Quindi ecco farsi strada (per induzione) il pensiero unico nella vita quotidiana in tutti noi. Negli oggetti, nel pensiero politico e nell'economia. Chiunque sia fuori dai "canoni" è un diverso, un disadattato sociale. 
Ci troviamo davanti a una voluta distruzione dell'individualità dell'uomo, della capacità di ragionare secondo i propri canoni, soppiantati da quelli "indotti" una vera e propria "globalizzazione" dei canoni. Quindi non più l'uomo (il suo intelletto, il suo pensiero) al centro del progetto della società futura, ma la massa uniformata e standardizzata di persone epurate da ideologie, cultura e valori propri.
Sembra di vivere in un romanzo Orwelliano, dove un Essere supremo (multinazionali?) impartisce ordini e pensieri, facendoci credere che è nel nostro interesse (Il bene comune).
L'annientamento dell'individuo e la conseguente omologazione in un elemento della massa, frena prima e blocca poi, la capacità dell'uomo di essere pro attivo nella visione del futuro, che così si accontenta di quello che ci viene dato. 
L'iniziativa privata diffusa e la conseguente classe media nata da essa, sono sempre state i motori di miglioramento delle condizioni sociali, elevando i singoli verso traguardi sempre più alti, nella costante ricerca del miglioramento economico personale prima, della propria famiglia e quindi della propria comunità. Ecco che la ricerca del miglioramento ha portato innovamento e con esso ne ha guadagnato la società ove questo modello si è sviluppato, ossia l'occidente.
Ma proprio l'occidente è il carnefice di se stesso, alterando i valori propri dell'individualità imprenditoriale attraverso la spersonalizzazione delle imprese. Ecco che nascono le Holding, le Spa, i grandi gruppi che uccidono le imprese personali.
Una nuova forma di Capitalismo si sta affermando. Io lo l'ho definito "Capitalismo Sociale".
Il Socialismo e il Capitalismo si sono combattuti per quasi due secoli, ponendosi in contrapposizione uno dell'altro. Il bene comune contro il profitto, in una sorta di guerra tra il bene e il male, inteso a secondo della parte di appartenenza. Da queste visioni di mondo sono nati due blocchi economici/sociali, distinti e distanti. L'occidente capitalista, capeggiato dagli USA e l'oriente comunista capeggiato dall'URSS.
Sappiamo tutti della guerra fredda, la corsa degli armamenti, la corsa alla conquista dello spazio. Ma questa contrapposizione (una sorta di concorrenza tra blocchi) ha portato paradossalmente enormi benefici per l'occidente. La volontà di primeggiare, ha portato il modello occidentale più liberale (la supremazia dell'individuo) a livelli straordinaria di crescita in tutti i settori, culminata negli anni settanta/ottanta con l'abbattimento del muro di Berlino. Si il culmine e l'inizio del declino.
Il muro di Berlino, se da una parte ha reso libero l'oriente dalla schiavitù del Collettivismo comunista, ha fatalmente contagiato l'occidente con le ideologie socialiste.
Ecco che, nell'arco degli ultimi trentanni, si è imposto una forma ibrida di capitalismo, che porta in dote i geni dell'uno de dell'altro dei modelli economici; il "Capitalismo Sociale".
Sono convinto che nel mondo si stia affermando una nuova classe sociale che é frutto di un compromesso tra le vecchie classi sociali. Una nuova forma parassitaria, più evoluta, più resistente. Io lo chiamo " Il Capitalista Sociale". In Italia ne vediamo esempio nei nuovi ricchi, i vari Farinetti, Serra, Carrai e Casaleggio ecc.
Diventano ricchi su iniziativa privata, ma con capitali pubblici (i soldi dei privati). Ecco la nuova frontiera del business mondiale.
Lo abbiamo visto benissimo e lo paghiamo sulla nostra pelle tutti i giorni, nelle dinamiche della cosiddetta finanza creativa, che grazie all'operato delle Banche Centrali, sta drenando denaro privato (denaro vero) a copertura dei titoli carta straccia creati sui debiti, dalla finanza mondiale (denaro virtuale).
L'esproprio della ricchezza privata avviene nell'unico modo lecito possibile; le tasse.
Aumentare la spesa pubblica (tramite governi amici) aumenta conseguentemente il fabbisogno degli stati, che rinpinguano le casse chiedendo maggiore contribuzione ai propri cittadini (più tasse tasse). Il must ripetuto ossessivamente è se paghiamo le tasse, le tasse ci ripagano con i servizi. Ma abbiamo visto tutti, a nostre spese, che così non è.
Ecco dunque la nuova frontiera del business, fare i soldi espropriando la ricchezza privata; iniziativa privata (holding) ma soldi pubblici (cittadini). 
Ecco eliminato d'un botto il rischio d'impresa nel fare business.,quindi privatizzare il profitto e socializzare le perdite.
Peccato non esserci fra 50 anni per leggere cosa scriveranno i libri di storia di questo nostro periodo. 
Cosa resterà di questo frenetico periodo, dove sta venendo alla luce tutta la fragilità della nostra condizione umana, esaltando il peggio che alberga in noi. Paure, egoismi, disperazione, insicurezza, smarrimento, il senso di precarietà della nostra esistenza, in balia degli accadimenti della vita. Pur sapendo cosa ci accade, siamo incapaci di reagire e subiamo gli eventi invece di dominarli.
Quanti secoli di civiltà per creare un uomo così debole.




venerdì 31 luglio 2015

risparmio e debito, libertà e schiavitù

Risparmio uguale libertà, debito uguale schiavitù.

Questa è l'equazione che ricavo dalla mia esperienza personale di vita privata e aziendale e dalle tante testimonianze raccolte in vent'anni di vita sindacale in mezzo alle imprese. 
Cercherò di giustificare tale equazione tramite alcuni aneddoti della mia esperienza di vita e quindi vi racconterò un po' di me.

Ho ancora in mente quel giorno in prima elementare, quando il maestro portò in classe un funzionario della allora Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, precisamente della filiale n° 9 del Bassanello che ci fece un gran bel discorso sulla importanza del risparmio. Alla fine venne consegnato ad ogni alunno un libretto al portatore con 500 lire versate e un salvadanaio metallico fatto a libro, per cominciare a fare il risparmiatore.
Avevo sei anni, ma nella mia testa cominciava a essere chiaro che qualsiasi cosa io desiderassi avere, prima avrei dovuto risparmiare per esaudire il mio desiderio. Erano i valori che avevo imparato in casa fin da piccolo, da mio padre e da miei nonni che abitavano con noi.
Quelli nati negli anni 50/60/70, cioè quelli nati nel "boom economico",  sono cresciuti con la cultura del "sacrificio" dove era chiaro in tutti che il miglioramento di vita e  posizione sociale passava inevitabilmente dal lavoro e nel risparmio di una parte dei profitti derivanti da esso. 
Mi ricordo ancora quando da piccolo sentivo mio padre, piccolo imprenditore edile,  dire a mia madre "questo mese sono riuscito a mettere via 20 mila lire" e insieme progettavano i loro piani per comprare quelle cose (gli elettrodomestici in primis) che ti facevano sentire più "ricco". Ed era così un po' per tutti e partendo dagli elettrodomestici, passando per la macchina, si è arrivati alla casa. Prima si risparmiava, poi si comprava, questa era la regola e il modello di vita. 
Così è stato anche per me quando da studente adolescente ho voluto la "moto da cross", vera icona dei miei tempi. Mi ricordo che ero in prima superiore e nelle vacanze estive andai a fare il cameriere in un bar vicino al "Santo" (basilica di S. Antonio a Padova). Nei quasi tre mesi di lavoro, tra stipendio e mance, riuscì a "mettere via" i 280 mila lire utili a comprare il  mitico Ancillotti 50 cc con il motore Sachs (sacrificio, lavoro e risparmio).
Con questa filosofia sono cresciuto, ed è stato così per le piccole e grandi cose che ho fatto nella mia vita, anche nella "costruzione" delle fondamenta della famiglia che mi accingevo a formare.
Mi ricordo che con la mia "morosa" aprimmo un conto insieme quando cominciammo a pensare al matrimonio. Ogni mese io e lei versavamo una parte dei nostri stipendi e in dodici anni (tanto è durato il fidanzamento) riuscimmo a mettere da parte i soldi per comprarci l'appartamento e quelli per sposarci (sacrificio, lavoro e risparmio).
Con questi valori sono cresciuto, come uomo prima e imprenditore dopo, quando all'età di trent'anni rilevai l'azienda di papà. Anche nella mia attività andavo avanti con questi principi, cioè lavoravo con i miei soldi, nonostante i fidi che negli anni i direttori di banca mi concessero senza nemmeno richiederli. Anzi, quando andavo in banca mi sentivo dire " ma Lorin usi i soldi della banca come fan tutti e con i suoi si compri la casa in montagna o al mare, la macchina più grossa ecc.".
Io sono andato avanti con i miei soldi nel lavoro come nella vita, migliorando man mano e diventando un "benestante borghese" di quel ceto medio come molti imprenditori di quel tempo. Con la "mia" liquidità ero libero di fare quello che ritenevo meglio per me, la mia famiglia e la mia azienda, senza rendere conto a nessuno e potendo chiudere gli "affari" spuntando sempre un prezzo buono perché pagavo in contanti (stimolo alla lotta, alle scelte e alla responsabilità personale).
Poi arrivarono gli anni ruggenti, dove proliferarono costruttori e immobiliaristi e le banche davano i mutui "facili" fino al 120/130% del valore degli immobili. Gli anni della speculazione edilizia e dei mutui (debiti) trasformati in prodotti finanziari (derivati) alla fine degli anni novanta. In quegli anni furono costruiti i peggiori immobili mai visti, con classe energetiche inesistenti e spesso e volentieri senza parametri di sicurezza e abitativi. Un patrimonio immobiliare quello degli anni novanta che, se andiamo a vedere sarebbe da radere al suolo. Consumo del territorio senza logica e senza una visione futura.
Mi sono fatto coinvolgere anch'io in quel meccanismo per non restare emarginato dal mercato e all'inizio sembrava tutto facile. Non servivano più i sacrifici, i soldi giravano a mille e in maniera facile. Le banche erano bendisposte a darti credito, sempre di più, tanto che negli anni duemila un imprenditore valeva per l'ammontare degli affidamenti ottenuti dagli istituti di credito. Erano gli anni dell'avvento dell'euro, dove noi abituati a trattare cifre con una montagna di zeri, con l'avvento di questa moneta perdemmo anche la cognizione del valore stesso del denaro. Tutto sembrava costare poco per via della mancanza di zeri e nelle tasche giravano una miriade di banconote di grosso taglio. Successe a tutti coloro che avevano una attività in proprio di perdere via via il senso del sacrificio e con esso quello del risparmio, in un mercato drogato da fiumi di denaro virtuale e inesistente, basato sulla riserva frazionaria come garanzia e sul debito quale valore di mercato con i derivati.
In questa forma di enfasi collettiva di mercato drogato, era entrata in testa una sorta di idea, secondo la quale il denaro girava sulla spesa, ovvero più spendevi più soldi ti entravano.
Questo meccanismo portò le aziende (quasi tutte) a indebitarsi sempre di più (affidamenti sempre più alti) aprendo una miriade di conti bancari da far perdere la testa. Ogni conto nuovo aperto era un nuovo fido e una nuova liquidità da utilizzare. Un po' come stanno facendo gli Stati adesso, noi piccoli imprenditori che abbiamo fatto il "miracolo del nord-est", per pagare i debiti facevamo altri debiti. Sempre di più!
Ma così facendo, senza rendercene conto diventavamo sempre più poveri, ma con più case, più macchine con più cellulari, con più barche e etc.
Quando la crisi di metà anni duemila ci ha colti impreparati (tutti, compresi gli economisti e premi nobel) pensammo a un fatto passeggero e invece era l'inizio di un incubo per molti.
I nodi erano giunti al pettine. Le banche erano entrate in crisi di liquidità per il crescente numero di insoluti e come in un gigantesco domino, uno alla volta le piccole aziende poco capitalizzate (ci avevano insegnato a portare fuori i capitali dall'azienda per non pagare tasse) cominciarono a cadere.
E siamo giunti ai giorni nostri, dove la desertificazione delle piccole imprese è in pieno atto, spazzate via dall'improvviso bisogno delle banche di avere liquidità per coprire i buchi dei derivati, quindi dalla richiesta di rientro "subito" dai fidi.
Ecco che rincorrendo il debito abbiamo perso via via la nostra libertà di agire, diventando sempre più schiavi delle banche e dello Stato,  che a sua volta  indebitato oltre misura, ci impone sempre maggior tassazione, fino a strozzarci.
La morale che ho ricavato per insegnamento diretto dalla mia vita è questo; con la cultura del risparmio mi sono affrancato come uomo e come imprenditore e sono stato libero artefice delle mie scelte, con il debito sono diventato uno schiavo e più elevato è, più limitata è la mia libertà di scelta è la mia possibilità di scelta, mi sono uniformato
Luigi Einaudi pose il risparmio al centro della sua visione liberale della vita, considerandolo il vero motore dello sviluppo economico e delle persone. La centralità che Einaudi attribuisce al risparmio in tutta la sua teoria finanziaria, dove il risparmio non è solo una categoria dell'analisi economica, ma rimanda alla visione dell'uomo, "home faber fortunae suae".
Un ideale di uomo che lotta per diventare migliore, ma dipende da lui, e il risparmio è la via di accesso all'ascensore sociale.
Dunque il risparmio è il motore che spinge l'uomo alla lotta, alle scelte e alle responsabilità, tutti valori che oggi sembrano persi nell'oblio a vantaggio delle teorie "dell'ozio" derivanti dalla spesa per debito (visione keynesiana)
Il risparmio è indipendenza economica, è autonomia della persona, è stimolo di avanzamento economico.
Sono quanto mai convinto che la nostra società uscirà dal tunnel in cui si è ficcata solo attraverso una brusca inversione di marcia, riconquistando la cultura del sacrificio, del lavoro, del risparmio


martedì 14 luglio 2015

COSA FARE PER IL RILANCIO DELL'EDILIZIA NEL VENETO

Ad Aladino Lorin che nei suoi interventi tocca spesso i problemi legati al mondo delle costruzioni abbiamo chiesto:
D. Cosa avete intenzione di fare per il rilancio dell'edilizia nel Veneto?
R. Noi ci poniamo 4 obiettivi:
1) Riduzione invenduto di imprese e banche con nuove linee di credito alle famiglie
2) Credito alle famiglie per nuove costruzioni
3) Credito e/o contributi alle famiglie per riqualificazione energetica vecchi edifici
4) Incentivi alla coabitazione solidale tra anziani e giovani.
Si pensa, oltre ad incentivi nel campo sociale, a credito agevolato ai giovani per ricavare, soprattutto nelle case singole, mini appartamenti per i genitori per facilitare la coabitazione.
D. Quando e come?
R. All'apertura della nuova legislatura proporremo l'istituzione di un fondo per la casa che preveda un contributo a fondo perduto a scomputo interessi per:
- case ed appartamenti acquistabili da giovani coppie direttamente dalle imprese che hanno completato i lavori da più di tre anni
- case ed appartamenti pignorati o all'asta provenienti da imprese di costruzione
D. Chi saranno i beneficiari?
R. I beneficiari saranno giovani coppie in procinto di sposarsi o sposate da non più di 7 anni cui accordare un mutuo pari all'80% del valore di stima del fabbricato, su cui far valere anche garanzia aggiuntiva del MISE. Saranno anche cooperative edilizie o sezioni di cooperative edilizie con prevalenza di giovani coppie.
La giovane coppia potrà dimostrare la disponibilità della cifra scoperta dal mutuo anche con impegno dei familiari.
Nel caso di nuove costruzioni la somma non coperta dal mutuo può essere dimostrata anche dalla disponibilità del terreno con diritto reale.
D. Facciamo un esempio...
R. Prendiamo una giovane coppia che voglia comprare un appartamento fra quelli pignorati ad una impresa edile per insolvenza per un valore di 180.000 euro. La banca dovrà mettere a disposizione un mutuo di 144.000 euro. Il Ministero dello Sviluppo Economico darà alla banca fideiussione sul 50% del valore. La cifra non finanziata, se non disponibile, sarà garantita da familiari.
Noi proponiamo che la Regione intervenga con un contributo a fondo perduto sugli interessi, ad esempio coprendo gli interessi per i primi 5/7 anni in modo che per quel periodo la giovane coppia paghi solo la quota capitale. E' logico che la tipologia del mutuo dovrà essere concordata tra Regione ed istituti bancari.
Intervista a cura
Segreteria di SoS Economia Italia