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martedì 6 settembre 2016

il rimedio è la povertà

Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario. Una meraviglia di stile e di pensiero di Goffredo Parise.

Questo è un articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul “Corriere della sera” dal 1974 al 1975. Si trova nell'antologia "Dobbiamo disobbedire", a cura di Silvio Perrella, edita da Adelphi. Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario. Una meraviglia di stile e di pensiero di questo autore sicuramente libero e lontano da ogni appartenenza politica e salottiera. Rappresenta per noi oggi - media compresi che non ospitano più pezzi così controcorrente - uno schiaffo contro la nostra inerzia.

«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.



Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.



Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.

Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.



I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.



La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.



Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».




martedì 10 maggio 2016

Sviluppo del Paese

C’è oggi nel nostro Paese, in dimensioni decisamente maggiori rispetto agli altri paesi, una vera e propria emergenza educativa, sociale, culturale e occupazionale che riguarda i giovani e il loro futuro.
Lavoro, sapere e diritti devono tornare al centro delle scelte strategiche per restituire fiducia e futuro al Paese.
Fino ad oggi il nostro Paese non ha superato il gap negli investimenti in conoscenza che lo divide  dai paesi più sviluppati e non ha  realizzato riforme utili a innalzare i livelli di  conoscenza.
Si è così prodotto un epocale disinvestimento, economico e politico, nei sistemi di istruzione, formazione e ricerca che  accresce la divisione dei cittadini sulla base delle disponibilità economiche, dell’appartenenza sociale, culturale, etnica e territoriale.
In questo quadro i sistemi pubblici rischiano di assumere una funzione marginale: istruzione e formazione pubblica per coloro che non  possono permettersi percorsi di qualità a pagamento e ricercatori costretti a trovare occupazione all'estero.
Tutto ciò sta allontanando l’Italia da quei paesi che, con lungimiranza, considerano, invece, la conoscenza l’elemento su cui puntare per uscire dalla crisi.
E’ necessario arrestare questa china, aumentando gli investimenti in istruzione, formazione e ricerca, adeguandoli velocemente agli standard europei.  Il sapere è, infatti, volano decisivo per affermare un nuovo modello di sviluppo.
Siamo sottoposti a una sollecitazione conoscitiva inedita: la straordinaria crescita delle conoscenze e la velocità del loro continuo cambiamento implicano una profonda rivisitazione dei sistemi della conoscenza e una profonda riconversione dei sistemi produttivi.
Oggi, infatti, le prospettive di sviluppo si giocano sull’attivazione di un circolo virtuoso tra potenziamento della ricerca, innalzamento dei livelli di istruzione e formazione della popolazione, riposizionamento dei sistemi produttivi in direzione dell’innovazione, della qualità e della sostenibilità.  Istruzione, formazione e ricerca assumono un ruolo decisivo all’interno di un moderno concetto di cittadinanza e di programmazione economica e, in questa prospettiva, il lavoro riacquista senso, dignità e valore.
La conoscenza, in quanto bene comune, deve costituire la base del progetto di rinnovamento sociale e di ricostruzione democratica ed etica del nostro Paese.
Democrazia, partecipazione, rispetto della persona, delle differenze e comprensione dell’altro sono valori che vanno riaffermati e  trasmessi alle future generazioni, per costruire “un mondo migliore di quello che abbiamo trovato”.
Per questo occorre  ridefinire  finalità, ruolo e funzioni dei sistemi pubblici, attualizzandone la funzione sociale nell’ottica della costruzione di un nuovo modello di sviluppo fondato sulla solidarietà e giustizia e sulla sostenibilità ambientale.
Il ruolo delle istituzioni oggi deve giocarsi sul terreno della cittadinanza, sulla capacità cioè di formare persone in grado di governare la propria vita, educando ai valori condivisi,  alla legalità ed alla consapevolezza dei propri diritti.  E’ dunque compito prioritario dei processi educativi,  formare mentalità critiche capaci di risolvere problemi abituando  al dubbio, all'imprevisto, alla curiosità;  tutte cose indispensabili per vivere, lavorare, continuare a studiare.
Ne deriva che è necessario:
1.      sapere di più e meglio in ogni fase della vita;
2.     ripensare al sapere che serve;
3.     riorganizzare profondamente i percorsi di istruzione, formazione e ricerca ed i sistemi di valutazione ad essi collegati.
Il superamento di ogni forma di precarietà è presupposto per la reale garanzia della libertà con retribuzioni adeguate e la certezza dei diritti del lavoro.
La conoscenza è strumento fondamentale per la crescita personale,  il superamento delle disuguaglianze e  la qualificazione del modello di sviluppo del paese.
Ridare futuro, speranza e fiducia al paese  è la priorità.






martedì 8 marzo 2016

Capitalismo e Socialismo, due facce della stessa medaglia.

Il Capitalismo Sociale

 Carpe diem, cogli l'attimo. Si cogli l'attimo va sempre bene, ma qui il fatto é che non pensare al domani (avere degli obbiettivi futuri) accontentandosi del presente, riduce drasticamente l'agire in previsione dell'avvenire. Ecco che manca la spinta per costruire, per crescere. Il problema è che oggi l'uomo subisce una involuzione nella concezione del domani, subordinando il presente all'avvenire. È l'obiettivo futuro che da all'uomo la spinta per crescere. In assenza, godendo del solo presente, ci si accontenta e si subisce passivamente quello che la vita passa. Due visioni diverse, una pro attiva l'altra passiva. 

Stiamo diventando soggetti passivi nelle dinamiche delle cose. La società cresce e progredisce qualora i suoi membri siano soggetti attivi nelle dinamiche della crescita. Soggetti protagonisti, non pecore indirizzate da pastori e cani.

La tendenza odierna è uniformare i pensieri, le mode, gli atteggiamenti, questo al solo scopo di creare masse dei consumatori (io li chiamo utilizzatori) standardizzati, per cui sia facile indirizzare i consumi e i pensieri. In Economia come in Politica.
Quindi ecco farsi strada (per induzione) il pensiero unico nella vita quotidiana in tutti noi. Negli oggetti, nel pensiero politico e nell'economia. Chiunque sia fuori dai "canoni" è un diverso, un disadattato sociale. 
Ci troviamo davanti a una voluta distruzione dell'individualità dell'uomo, della capacità di ragionare secondo i propri canoni, soppiantati da quelli "indotti" una vera e propria "globalizzazione" dei canoni. Quindi non più l'uomo (il suo intelletto, il suo pensiero) al centro del progetto della società futura, ma la massa uniformata e standardizzata di persone epurate da ideologie, cultura e valori propri.
Sembra di vivere in un romanzo Orwelliano, dove un Essere supremo (multinazionali?) impartisce ordini e pensieri, facendoci credere che è nel nostro interesse (Il bene comune).
L'annientamento dell'individuo e la conseguente omologazione in un elemento della massa, frena prima e blocca poi, la capacità dell'uomo di essere pro attivo nella visione del futuro, che così si accontenta di quello che ci viene dato. 
L'iniziativa privata diffusa e la conseguente classe media nata da essa, sono sempre state i motori di miglioramento delle condizioni sociali, elevando i singoli verso traguardi sempre più alti, nella costante ricerca del miglioramento economico personale prima, della propria famiglia e quindi della propria comunità. Ecco che la ricerca del miglioramento ha portato innovamento e con esso ne ha guadagnato la società ove questo modello si è sviluppato, ossia l'occidente.
Ma proprio l'occidente è il carnefice di se stesso, alterando i valori propri dell'individualità imprenditoriale attraverso la spersonalizzazione delle imprese. Ecco che nascono le Holding, le Spa, i grandi gruppi che uccidono le imprese personali.
Una nuova forma di Capitalismo si sta affermando. Io lo l'ho definito "Capitalismo Sociale".
Il Socialismo e il Capitalismo si sono combattuti per quasi due secoli, ponendosi in contrapposizione uno dell'altro. Il bene comune contro il profitto, in una sorta di guerra tra il bene e il male, inteso a secondo della parte di appartenenza. Da queste visioni di mondo sono nati due blocchi economici/sociali, distinti e distanti. L'occidente capitalista, capeggiato dagli USA e l'oriente comunista capeggiato dall'URSS.
Sappiamo tutti della guerra fredda, la corsa degli armamenti, la corsa alla conquista dello spazio. Ma questa contrapposizione (una sorta di concorrenza tra blocchi) ha portato paradossalmente enormi benefici per l'occidente. La volontà di primeggiare, ha portato il modello occidentale più liberale (la supremazia dell'individuo) a livelli straordinaria di crescita in tutti i settori, culminata negli anni settanta/ottanta con l'abbattimento del muro di Berlino. Si il culmine e l'inizio del declino.
Il muro di Berlino, se da una parte ha reso libero l'oriente dalla schiavitù del Collettivismo comunista, ha fatalmente contagiato l'occidente con le ideologie socialiste.
Ecco che, nell'arco degli ultimi trentanni, si è imposto una forma ibrida di capitalismo, che porta in dote i geni dell'uno de dell'altro dei modelli economici; il "Capitalismo Sociale".
Sono convinto che nel mondo si stia affermando una nuova classe sociale che é frutto di un compromesso tra le vecchie classi sociali. Una nuova forma parassitaria, più evoluta, più resistente. Io lo chiamo " Il Capitalista Sociale". In Italia ne vediamo esempio nei nuovi ricchi, i vari Farinetti, Serra, Carrai e Casaleggio ecc.
Diventano ricchi su iniziativa privata, ma con capitali pubblici (i soldi dei privati). Ecco la nuova frontiera del business mondiale.
Lo abbiamo visto benissimo e lo paghiamo sulla nostra pelle tutti i giorni, nelle dinamiche della cosiddetta finanza creativa, che grazie all'operato delle Banche Centrali, sta drenando denaro privato (denaro vero) a copertura dei titoli carta straccia creati sui debiti, dalla finanza mondiale (denaro virtuale).
L'esproprio della ricchezza privata avviene nell'unico modo lecito possibile; le tasse.
Aumentare la spesa pubblica (tramite governi amici) aumenta conseguentemente il fabbisogno degli stati, che rinpinguano le casse chiedendo maggiore contribuzione ai propri cittadini (più tasse tasse). Il must ripetuto ossessivamente è se paghiamo le tasse, le tasse ci ripagano con i servizi. Ma abbiamo visto tutti, a nostre spese, che così non è.
Ecco dunque la nuova frontiera del business, fare i soldi espropriando la ricchezza privata; iniziativa privata (holding) ma soldi pubblici (cittadini). 
Ecco eliminato d'un botto il rischio d'impresa nel fare business.,quindi privatizzare il profitto e socializzare le perdite.
Peccato non esserci fra 50 anni per leggere cosa scriveranno i libri di storia di questo nostro periodo. 
Cosa resterà di questo frenetico periodo, dove sta venendo alla luce tutta la fragilità della nostra condizione umana, esaltando il peggio che alberga in noi. Paure, egoismi, disperazione, insicurezza, smarrimento, il senso di precarietà della nostra esistenza, in balia degli accadimenti della vita. Pur sapendo cosa ci accade, siamo incapaci di reagire e subiamo gli eventi invece di dominarli.
Quanti secoli di civiltà per creare un uomo così debole.




venerdì 31 luglio 2015

risparmio e debito, libertà e schiavitù

Risparmio uguale libertà, debito uguale schiavitù.

Questa è l'equazione che ricavo dalla mia esperienza personale di vita privata e aziendale e dalle tante testimonianze raccolte in vent'anni di vita sindacale in mezzo alle imprese. 
Cercherò di giustificare tale equazione tramite alcuni aneddoti della mia esperienza di vita e quindi vi racconterò un po' di me.

Ho ancora in mente quel giorno in prima elementare, quando il maestro portò in classe un funzionario della allora Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, precisamente della filiale n° 9 del Bassanello che ci fece un gran bel discorso sulla importanza del risparmio. Alla fine venne consegnato ad ogni alunno un libretto al portatore con 500 lire versate e un salvadanaio metallico fatto a libro, per cominciare a fare il risparmiatore.
Avevo sei anni, ma nella mia testa cominciava a essere chiaro che qualsiasi cosa io desiderassi avere, prima avrei dovuto risparmiare per esaudire il mio desiderio. Erano i valori che avevo imparato in casa fin da piccolo, da mio padre e da miei nonni che abitavano con noi.
Quelli nati negli anni 50/60/70, cioè quelli nati nel "boom economico",  sono cresciuti con la cultura del "sacrificio" dove era chiaro in tutti che il miglioramento di vita e  posizione sociale passava inevitabilmente dal lavoro e nel risparmio di una parte dei profitti derivanti da esso. 
Mi ricordo ancora quando da piccolo sentivo mio padre, piccolo imprenditore edile,  dire a mia madre "questo mese sono riuscito a mettere via 20 mila lire" e insieme progettavano i loro piani per comprare quelle cose (gli elettrodomestici in primis) che ti facevano sentire più "ricco". Ed era così un po' per tutti e partendo dagli elettrodomestici, passando per la macchina, si è arrivati alla casa. Prima si risparmiava, poi si comprava, questa era la regola e il modello di vita. 
Così è stato anche per me quando da studente adolescente ho voluto la "moto da cross", vera icona dei miei tempi. Mi ricordo che ero in prima superiore e nelle vacanze estive andai a fare il cameriere in un bar vicino al "Santo" (basilica di S. Antonio a Padova). Nei quasi tre mesi di lavoro, tra stipendio e mance, riuscì a "mettere via" i 280 mila lire utili a comprare il  mitico Ancillotti 50 cc con il motore Sachs (sacrificio, lavoro e risparmio).
Con questa filosofia sono cresciuto, ed è stato così per le piccole e grandi cose che ho fatto nella mia vita, anche nella "costruzione" delle fondamenta della famiglia che mi accingevo a formare.
Mi ricordo che con la mia "morosa" aprimmo un conto insieme quando cominciammo a pensare al matrimonio. Ogni mese io e lei versavamo una parte dei nostri stipendi e in dodici anni (tanto è durato il fidanzamento) riuscimmo a mettere da parte i soldi per comprarci l'appartamento e quelli per sposarci (sacrificio, lavoro e risparmio).
Con questi valori sono cresciuto, come uomo prima e imprenditore dopo, quando all'età di trent'anni rilevai l'azienda di papà. Anche nella mia attività andavo avanti con questi principi, cioè lavoravo con i miei soldi, nonostante i fidi che negli anni i direttori di banca mi concessero senza nemmeno richiederli. Anzi, quando andavo in banca mi sentivo dire " ma Lorin usi i soldi della banca come fan tutti e con i suoi si compri la casa in montagna o al mare, la macchina più grossa ecc.".
Io sono andato avanti con i miei soldi nel lavoro come nella vita, migliorando man mano e diventando un "benestante borghese" di quel ceto medio come molti imprenditori di quel tempo. Con la "mia" liquidità ero libero di fare quello che ritenevo meglio per me, la mia famiglia e la mia azienda, senza rendere conto a nessuno e potendo chiudere gli "affari" spuntando sempre un prezzo buono perché pagavo in contanti (stimolo alla lotta, alle scelte e alla responsabilità personale).
Poi arrivarono gli anni ruggenti, dove proliferarono costruttori e immobiliaristi e le banche davano i mutui "facili" fino al 120/130% del valore degli immobili. Gli anni della speculazione edilizia e dei mutui (debiti) trasformati in prodotti finanziari (derivati) alla fine degli anni novanta. In quegli anni furono costruiti i peggiori immobili mai visti, con classe energetiche inesistenti e spesso e volentieri senza parametri di sicurezza e abitativi. Un patrimonio immobiliare quello degli anni novanta che, se andiamo a vedere sarebbe da radere al suolo. Consumo del territorio senza logica e senza una visione futura.
Mi sono fatto coinvolgere anch'io in quel meccanismo per non restare emarginato dal mercato e all'inizio sembrava tutto facile. Non servivano più i sacrifici, i soldi giravano a mille e in maniera facile. Le banche erano bendisposte a darti credito, sempre di più, tanto che negli anni duemila un imprenditore valeva per l'ammontare degli affidamenti ottenuti dagli istituti di credito. Erano gli anni dell'avvento dell'euro, dove noi abituati a trattare cifre con una montagna di zeri, con l'avvento di questa moneta perdemmo anche la cognizione del valore stesso del denaro. Tutto sembrava costare poco per via della mancanza di zeri e nelle tasche giravano una miriade di banconote di grosso taglio. Successe a tutti coloro che avevano una attività in proprio di perdere via via il senso del sacrificio e con esso quello del risparmio, in un mercato drogato da fiumi di denaro virtuale e inesistente, basato sulla riserva frazionaria come garanzia e sul debito quale valore di mercato con i derivati.
In questa forma di enfasi collettiva di mercato drogato, era entrata in testa una sorta di idea, secondo la quale il denaro girava sulla spesa, ovvero più spendevi più soldi ti entravano.
Questo meccanismo portò le aziende (quasi tutte) a indebitarsi sempre di più (affidamenti sempre più alti) aprendo una miriade di conti bancari da far perdere la testa. Ogni conto nuovo aperto era un nuovo fido e una nuova liquidità da utilizzare. Un po' come stanno facendo gli Stati adesso, noi piccoli imprenditori che abbiamo fatto il "miracolo del nord-est", per pagare i debiti facevamo altri debiti. Sempre di più!
Ma così facendo, senza rendercene conto diventavamo sempre più poveri, ma con più case, più macchine con più cellulari, con più barche e etc.
Quando la crisi di metà anni duemila ci ha colti impreparati (tutti, compresi gli economisti e premi nobel) pensammo a un fatto passeggero e invece era l'inizio di un incubo per molti.
I nodi erano giunti al pettine. Le banche erano entrate in crisi di liquidità per il crescente numero di insoluti e come in un gigantesco domino, uno alla volta le piccole aziende poco capitalizzate (ci avevano insegnato a portare fuori i capitali dall'azienda per non pagare tasse) cominciarono a cadere.
E siamo giunti ai giorni nostri, dove la desertificazione delle piccole imprese è in pieno atto, spazzate via dall'improvviso bisogno delle banche di avere liquidità per coprire i buchi dei derivati, quindi dalla richiesta di rientro "subito" dai fidi.
Ecco che rincorrendo il debito abbiamo perso via via la nostra libertà di agire, diventando sempre più schiavi delle banche e dello Stato,  che a sua volta  indebitato oltre misura, ci impone sempre maggior tassazione, fino a strozzarci.
La morale che ho ricavato per insegnamento diretto dalla mia vita è questo; con la cultura del risparmio mi sono affrancato come uomo e come imprenditore e sono stato libero artefice delle mie scelte, con il debito sono diventato uno schiavo e più elevato è, più limitata è la mia libertà di scelta è la mia possibilità di scelta, mi sono uniformato
Luigi Einaudi pose il risparmio al centro della sua visione liberale della vita, considerandolo il vero motore dello sviluppo economico e delle persone. La centralità che Einaudi attribuisce al risparmio in tutta la sua teoria finanziaria, dove il risparmio non è solo una categoria dell'analisi economica, ma rimanda alla visione dell'uomo, "home faber fortunae suae".
Un ideale di uomo che lotta per diventare migliore, ma dipende da lui, e il risparmio è la via di accesso all'ascensore sociale.
Dunque il risparmio è il motore che spinge l'uomo alla lotta, alle scelte e alle responsabilità, tutti valori che oggi sembrano persi nell'oblio a vantaggio delle teorie "dell'ozio" derivanti dalla spesa per debito (visione keynesiana)
Il risparmio è indipendenza economica, è autonomia della persona, è stimolo di avanzamento economico.
Sono quanto mai convinto che la nostra società uscirà dal tunnel in cui si è ficcata solo attraverso una brusca inversione di marcia, riconquistando la cultura del sacrificio, del lavoro, del risparmio


martedì 14 luglio 2015

COSA FARE PER IL RILANCIO DELL'EDILIZIA NEL VENETO

Ad Aladino Lorin che nei suoi interventi tocca spesso i problemi legati al mondo delle costruzioni abbiamo chiesto:
D. Cosa avete intenzione di fare per il rilancio dell'edilizia nel Veneto?
R. Noi ci poniamo 4 obiettivi:
1) Riduzione invenduto di imprese e banche con nuove linee di credito alle famiglie
2) Credito alle famiglie per nuove costruzioni
3) Credito e/o contributi alle famiglie per riqualificazione energetica vecchi edifici
4) Incentivi alla coabitazione solidale tra anziani e giovani.
Si pensa, oltre ad incentivi nel campo sociale, a credito agevolato ai giovani per ricavare, soprattutto nelle case singole, mini appartamenti per i genitori per facilitare la coabitazione.
D. Quando e come?
R. All'apertura della nuova legislatura proporremo l'istituzione di un fondo per la casa che preveda un contributo a fondo perduto a scomputo interessi per:
- case ed appartamenti acquistabili da giovani coppie direttamente dalle imprese che hanno completato i lavori da più di tre anni
- case ed appartamenti pignorati o all'asta provenienti da imprese di costruzione
D. Chi saranno i beneficiari?
R. I beneficiari saranno giovani coppie in procinto di sposarsi o sposate da non più di 7 anni cui accordare un mutuo pari all'80% del valore di stima del fabbricato, su cui far valere anche garanzia aggiuntiva del MISE. Saranno anche cooperative edilizie o sezioni di cooperative edilizie con prevalenza di giovani coppie.
La giovane coppia potrà dimostrare la disponibilità della cifra scoperta dal mutuo anche con impegno dei familiari.
Nel caso di nuove costruzioni la somma non coperta dal mutuo può essere dimostrata anche dalla disponibilità del terreno con diritto reale.
D. Facciamo un esempio...
R. Prendiamo una giovane coppia che voglia comprare un appartamento fra quelli pignorati ad una impresa edile per insolvenza per un valore di 180.000 euro. La banca dovrà mettere a disposizione un mutuo di 144.000 euro. Il Ministero dello Sviluppo Economico darà alla banca fideiussione sul 50% del valore. La cifra non finanziata, se non disponibile, sarà garantita da familiari.
Noi proponiamo che la Regione intervenga con un contributo a fondo perduto sugli interessi, ad esempio coprendo gli interessi per i primi 5/7 anni in modo che per quel periodo la giovane coppia paghi solo la quota capitale. E' logico che la tipologia del mutuo dovrà essere concordata tra Regione ed istituti bancari.
Intervista a cura
Segreteria di SoS Economia Italia

mercoledì 8 luglio 2015

Aladino Lorin, artigiani insieme: Rappresentanza; esercizio vacuo!

Aladino Lorin, artigiani insieme: Rappresentanza; esercizio vacuo!: Non è la prima volta che scrivo sulla rappresentanza, un tema per me fondamentale, in quanto la ritengo lo strumento principe per dare voc...

Rappresentanza; esercizio vacuo!

Non è la prima volta che scrivo sulla rappresentanza, un tema per me fondamentale, in quanto la ritengo lo strumento principe per dare voce alle persone, agli interessi di gruppo, quindi essenziale per creare lobbies capaci di portare risultati  agli appartenenti a quella cerchia di individui che ha l'ha creata.
Quindi strumento utile e necessario al fine di ottenere benefici ai singoli, che trovano modo di aggregarsi su temi specifici, siano essi culturali, politici, economici o identitari.
La rappresentanza può essere esercitata in vari modi, dalla semplice aggregazione libera di soggetti affini,  alle più complesse forme organizzate come i partiti, associazioni di categoria, associazioni sindacali, culturali ecc.
I partiti e le associazioni di categoria o dei lavoratori, ossia i "mediatori" della rappresentanza conto terzi,  sono passati negli anni, da semplici forme organizzate di rappresentanza a veri e propri soggetti finali di acquisizione dei bonifici derivanti dall'esercizio della rappresentanza.
Mi spiego meglio.
Se un tempo, le forme organizzate di rappresentanza nascevano e si strutturavano con lo scopo di dare risposte agli "associati", oggi è diventato vero il contrario.
Nel tempo il "mediatore" è diventato sempre più soggetto centrale e tramite i funzionari e direttori, i veri "padroni" della rappresentanza, la "usano" spesso e volentieri per scopi e profitti personali dei mediatori. 
Di fatto, i "mediatori" sono stati elevati al rango di "soggetti beneficiari". Al centro della rappresentanza non c'è più la moltitudine dei singoli, ma gli interessi dei capostruttura. 
In ultima analisi, il partito fa gli interessi del partito e l'associazione fa l'interesse dell'associazione (ovvero gli interessi personali dei "padroni" di questi contenitori).
A dimostrazione di quanto sto scrivendo, sempre più questi "contenitori" sono autoreferenziali a tal punto da non dovere più passare dalla legittimazione di congressi o elezioni, dove gli associati possono scegliere i propri rappresentanti , ma procedendo direttamente per nomina dei "padroni" dello strumento.
A titolo esemplificativo (e solo a questo scopo) a inizio luglio abbiamo assistito al rinnovo dei rappresentanti  della più grande associazione di Artigiani di Padova. La farsa messa in atto all'Unione Artigiani di Padova, ha portato al rinnovo di tutti i ruoli di rappresentanza bypassando il più semplice degli strumenti democratici; il voto degli associati! Cvd...
Forse due i motivi alla base di questa scelta; forse per evitare di certificare l'esiguo numero di associati rimasti, o forse per evitare venissero eletti potenziali "rompiballe" o quantomeno persone non allineate al "padrone"...o forse per altri motivi ancora.
Ma non voglio soffermarmi ad analizzare le scelte effettuate da Upa, non mi interessa e non lo voglio fare, serviva solo allo scopo dimostrativo a sostegno di quanto scritto sopra e d'altronde, come si suol dire in questi casi, contenti loro...contenti tutti.
Ritornando sul filone del mio discorso, i titolari della rappresentanza siamo noi singoli soggetti, cioè noi cittadini, artigiani, imprenditori o operai. Ma allora cosa è successo se oggi non siamo più i beneficiari dei frutti della rappresentanza?
Io una risposta chiara nella mia testa ce l'ho!
Abbiamo dato la delega in bianco della rappresentanza a soggetti che non parlano la nostra lingua, cioè la lingua dei cittadini, artigiani, imprenditori o operai, ma bensì a burocrati.
Questo è diventato il paese dei burocrati, che si sono presi il ruolo di padroni della nostra "sovranità", sia che sia del Paese, dell'azienda. E' come se noi avessimo ceduto la titolarità della nostra azienda al direttore, la titolarità delle scelte del paese ai capo-partiti. E' già successo in passato, quando i mezzadri (chiamati in gergo "gastaldi") sono diventati proprietari dei terreni dei nobili e legittimi proprietari, troppo pigri per controllare i "delegati" a rappresentare i loro interessi.
Concludendo, credo che la colpa sia in capo a noi stessi che, troppo impegnati sulle nostre piccole o grandi cose, abbiamo dato la delega in bianco senza mai verificare la bontà di quanto fatto da questi delegati e questi, piano piano sono diventati "padroni"; adesso dobbiamo fare quello che decidono loro delle nostre titolarità. 
La rappresentanza è ridotta a un esercizio vacuo, ossia vuoto di quelle caratteristiche e ragioni per le quali i soggetti di mediazione della rappresentanza erano nati.
Riprendiamoci la titolarità della rappresentanza e verifichiamo puntualmente coloro che deleghiamo a rappresentare i nostri interessi